LE OPERE DI "CAVALLARERIA".
Sopra vedete il generale L'Hotte, che non abbisogna di ulteriori presentazioni, con affianco uno sconosciuto "cavallaro" della prima metà del secolo scorso.
Probabilmente è un contadino, un pastore, un commerciante di animali... chissà. Di certo era un benestante, dato che, a quel tempo, solo i nobili, i benestanti e i militari avevano cavalli, mentre i muli e gli asini erano i mezzi di trasporto del "popolo" dell'italietta ancora agricola. Dovete notare che l'assetto e la tenuta di redini del grande cavallerizzo e dell'ignoto cavaliere sono simili... sono uguali, perché? Allora, proviamo a vedere l'equitazione, di ieri e di oggi, con gli occhi di un vecchio cavallaro.



mercoledì 6 gennaio 2021

L’elogio del cavallaro.

 

martedì 30 aprile 2019

L’elogio del cavallaro.
L’assonanza di questo titolo con quello del capolavoro di Erasmo, attualissimo al tempo dei social e degli smartfon, è puramente… voluto!

Homme de cheval: “uomo di cavalli”, nel lessico della fine ottocento: persona che si occupa esclusivamente dei cavalli. per allevarli, addestrarli, condurli e utilizzarli.
Ai tempi, si attribuivano all’uomo di cavalli anche dei valori “morali” (coraggio, pazienza, tenacità, rispetto del cavallo), dunque era una qualifica molto positiva, e, ricordiamolo, non esisteva/non esiste l’equivalente femminile.
Questa definizione l’ho scoperta di “recente” praticando le buone letture, ma, personaggi così, li ho conosciuti - con altro nome - fin da bambino: erano i cavallari.

Allora, il termine non aveva nulla di dispregiativo, se non il fatto - del tutto evidente - che sottolineava l’appartenenza di costoro alla parte bassa della popolazione tal quale i contadini, i carbonai, i muratori, i falegnami ecc. ed era in contrapposizione con la parola “cavaliere”, personaggio della upperclass.
Oggi, la parola “cavallaro” ha assunto definitivamente un assoluto senso dispregiativo, è diventata sinonimo di ignoranza e brutalità.
Per mia esperienza, erano una fonte di sapere, degli “scrigni” dove erano conservati dei piccoli tesori di esperienza e di cultura.
Perché e come si è giunti alla denigrazione di questi personaggi ormai quasi del tutto scomparsi?

Provo a fare qualche ipotesi: l’equitazione è una delle discipline sportive che ha avuto il maggior incremento in percentuale negli ultimi cinquant’anni: dato 1 come parametro del numero dei cavalli da sella presenti in Europa nel 1970, questi, sono diventati (con qualche leggera differenza tra nazioni e nazioni) 10 nel 2015.
Nello stesso tempo - a partire dagli anni 60/70 del s.s. - l’equitazione ha conosciuto una crisi senza precedenti per il vuoto culturale che si è creato con la sua democratizzazione” o - per meglio dire - con la sua massificazione.
Si è trattato dell’irruzione, nel campo delle attività equestri, di categorie sociali che fino ad allora erano state escluse.  
La massa dei “nuovi cavalieri” ha un profilo sociologico e sportivo assai particolare.
Si tratta di cittadini appartenenti alla classe media superiore (commercianti, liberi professionisti, ecc.) della popolazione urbana senza alcuna esperienza con gli animali se non col cagnolino o il micetto di casa.
In secondo luogo, è caratterizzata dalla giovane età dei praticanti, unita, però, ad un altissimo tasso di abbandono precoce che è valutato in oltre il 60% di coloro che iniziano. Ma la caratteristica più evidente dei “nuovi cavalieri” - quella più inquietante - è che la stragrande maggioranza dei “nuovi cavalieri” è donna....


    In Gran Bretagna, dove questo fenomeno è ancor più accentuato, l'immagine femminea dell'equitazione si è radicata al punto tale che se un ragazzo manifesta il suo desiderio di dedicarsi all'equitazione suscita l'apprensione dei suoi familiari riguardo la sua sessualità.

      C’è da dire che il cambiamento più profondo e doloroso e - per certi aspetti - incomprensibile dell’equitazione è il rinnovamento anzi lo stravolgimento della sua pratica, dei suoi valori e delle sue tradizioni.
      Il “cavallaro” è stato una delle prime vittime dell’orda dei “nuovi cavalieri” ed è stato soppiantato dai gurus delle nuove “dome dolci-esotico-naturali”.
      Paradossalmente, delle ragazzine - magari vegane - armate di cuffiette ed elastichini, criticano e dettano le norme per trattare i cavalli a personaggetti come questo:

      .


      La conclusione è che questa deriva sta portando il cavallo a diventare definitivamente un “animale da compagnia” e l'equitazione uno sport per femminucce.

      In questa situazione, ho tradotto quello che è per me il testo più chiaro, onesto, preciso e moderno per quello che riguarda la "educazione" di base del cavallo, che, senza rinnegare le tradizioni, viene incontro alla nuova realtà equestre.
      E’ stato scritto da quello che considero il più grande Uomo di Cavalli del novecento: Jean D'Orgeix:
      Addestrare i cavalli è semplice.

      Fatica inutile?
      Può darsi, ma siccome sono: fuori dalle mode, fuori dai conformismi, fuori dal "gregge" e ho una istintiva propensione a combattere le battaglie perse, ho deciso di aprire un tavolo strettamente tecnico su delle “questioni equestri” seguendo lo schema essenziale, logico e chiaro di JDO, detto in una parola: semplice.
      Ovviamente, non avendo acquistato i diritti, la mia traduzione è privata e non può esser pubblicata, ma nulla osta che si possano riportare i contenuti e discuterli.
      Assieme a quella di JDO, tratteremo l'equitazione dei gauchos sudamericani e quella di Carlos Maria Ulloa, il più importante addestratore di lalli da polo argentino, infatti, molte sono le affinità tra ciò che scrive JDO e quel mondo, il mondo degli ultimi cavallari.

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