LE OPERE DI "CAVALLARERIA".
Sopra vedete il generale L'Hotte, che non abbisogna di ulteriori presentazioni, con affianco uno sconosciuto "cavallaro" della prima metà del secolo scorso.
Probabilmente è un contadino, un pastore, un commerciante di animali... chissà. Di certo era un benestante, dato che, a quel tempo, solo i nobili, i benestanti e i militari avevano cavalli, mentre i muli e gli asini erano i mezzi di trasporto del "popolo" dell'italietta ancora agricola. Dovete notare che l'assetto e la tenuta di redini del grande cavallerizzo e dell'ignoto cavaliere sono simili... sono uguali, perché? Allora, proviamo a vedere l'equitazione, di ieri e di oggi, con gli occhi di un vecchio cavallaro.



mercoledì 24 febbraio 2021

ASSETTO "CLASSICO".

 Questa definizione "assetto classico" è impropria, distingue semplicemente l'assetto basato principalmente sulla tenuta delle cosce con la gamba cadente e libera al di sotto dell'articolazione del ginocchio che funge da perno, assetto già descritto da Xenophon 2500 anni fa quando le staffe erano ancora da inventare.



Mi sembra che sia l'atteggiamento più naturale e spontaneo, tant'è che è ripreso dalla maggior parte degli autori da Xenophon a JDO, inoltre, mi pare che in sella si stia seduti e il verbo "sedere" vuol dire: Appoggiare le natiche su un sostegno sopraelevato, o anche a terra, piegando le gambe e tenendo il busto eretto o poco inclinato..
James Fillis, ha sentenziato: 
...appunto!

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Tratto dal bellissimo libricino di JDO: Dresser c'est Simple:

Per essere padroni delle forze muscolari del cavallo, per poterlo dirigere, bisogna rimanere dietro di lui.
Allora, solamente allora, il cavaliere ha la piena consapevolezza delle condizioni in cui si trova il suo cavallo. 
Le minime variazioni di equilibrio sono percepite e si può costantemente controllare che il cavallo sia dritto.
Star dietro al proprio cavallo è un imperativo ed è un vecchio dogma ripetuto ovunque costantemente, ma di rado veramente applicato....
....L’uso degli aiuti inferiori, all’estero, in misura maggiore che da noi, non è più insegnato, pertanto tantissimi cavalieri ignorano i principi fondamentali che governano l’uso delle gambe.
Questi principi, molto antichi, da un po’ di tempo sono stati reintrodotti. Nell’insegnamento di scuola francese, erano questi: la gamba parte dalla punta delle anche; la cintura, le cosce, i polpacci sono un tuttuno e agiscono assieme ma l’effetto principale proviene dalla cintura e dalle cosce. Spesso, con un cavallo ben preparato, la richiesta di andar avanti è data dalla cintura e dalle cosce senza che i polpacci vengano a contatto con il costato dell’animale.
Quando il cavaliere utilizza tutta la gamba, l’azione della parte inferiore si fa con una pressione laterale dei polpacci con il movimento leggermente andante in contropelo (dal dietro in avanti - nota del traduttore).
Naturalmente, questa pressione va fatta alla cinghia per una regola ancestrale e fondamentale della grande equitazione francese, ma a condizione che il cavaliere segua in sella i principi di quello che era chiamato il bell’assetto alla francese.
Cioè, seduti  in maniera naturale, mai sugli ischi, e con le gambe che, dal ginocchio in giù, cadono verticalmente davanti il cavaliere.
In questa maniera, quest’ultimo è nella pienezza dell’uso delle gambe e ha la possibilità di modulare la loro azione come se fossero delle mani.
Oggi, all’inizio del XXI secolo, in un’opera che dovrebbe trattare del lavoro del cavallo, siamo costretti a ritornare sulla posizione del cavaliere e l’utilizzo degli aiuti, perché la deriva è giunta ad un punto tale che che non riusciamo più neanche a capirci. 
Come programmare e analizzare il lavoro da far eseguire ad un cavallo con un cavaliere praticamente senza gambe? Certo, senza gambe!
Perchè utilizzarle all’indietro per solleticare il ventre del proprio destriero equivale praticamente a non avere gambe.

Nel video che in chiusura vi propongo e che spero vediate seguendo il link, il Nostro spiega al suo allievo quanto è scritto sopra: ... stai dietro, è il cavallo che avanza, non tu.
Gli dice di galoppare colle chiappe incollate alla sella, perché stando sollevati non si hanno più gambe... ci si "mette in equilibrio" solo quando si va al galoppo allungato o quando bisogna superare delle barriere a terra.
Infinee, lo incoraggia dicendogli: fai il cow boy... stai tornando al tuo ranch, vai... vai... ti aspetta la bella Lola vai...

Perché cauboi, cauboi?
Dovete sapere che quando il Nostro gareggiava, veniva criticato per il suo assetto, i più benevoli dicevano: "è riuscito a fare del montare male un'arte"... già perché il suo modo di montare era "brutto"... montava come un cow boy,  però, quel cauboi "faceva un culo così" a quelli che erano "belli" a cavallo.
Il tempo è passato, attualmente, tutti i top riders di s.o. montano alla JDO, gli sono debitori...


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Xenophon:
conviene lasciar cadere le gambe liberamente dal ginocchio in giù.

Pluvinel:... inoltre, curate di stringere le ginocchia

con tutta la forza che Vostra Maestà ritiene necessaria, perché non
abbiamo altro punto di tenuta e non dobbiamo affidarci che a quello. 

La Gueriniere:

    Les cuisses et les jarrets tournés en dedans,
    afin que le plat de la cuisse soit pour ainsi dire collé le long du
    quartier de la selle. « Les jambes assurées, quoique libres près
    du cheval, sans le toucher, pas trop raccourcies ni en arrière,
    pour que les aides ne viennent pas dans les flancs, qui sont
    une partie trop chatouilleuse et trop sensible pour y appliquer
    les éperons.

    Ubertalli:

      Il punto fermo dell'assetto è il ginocchio; esso è il fulcro intorno
      a cui si spostano le altre parti del corpo del cavaliere, le superiori
      per assecondare l'equilibrio del cavallo, le inferiori per agire sul
      costato del cavallo.... il punto che serve di appoggio (di potenza)
      all'assetto è la staffa.

      Caprilli:

      La solidità dell'assetto in sella è data dalle ginocchia,
      e dai muscoli delle cosce, specialmente di quelli che son messi
      in azione per fissare le ginocchia e per spingere i talloni in basso. 

      Bacca:

      per ora basti sapere, che ci si tiene in arcioni esclusivamente con le coscie e colle ginocchia come se, per ipotesi, si fosse mutilati dal ginocchio in giù. (forse ha esagerato un pochino... )

      d'Aure:

      La tenuta a cavallo è data dall'elasticità (del busto) e
      dalla fissità delle cosce e delle ginocchie del cavaliere. 

      Beudant:

      Le gambe devono cadere naturalmente et verticalmente
      senza toccare il lallo se non quando necessario e il più raramente possibile.

      Fillis:
      Affinché il cavaliere sia sciolto e disinvolto in sella, bisogna che
      arrivi a restare ben seduto senza aiutarsi con le mani e con le gambe,
      quest’ultime devono far presa solo in caso di bisogno e soltanto per
      il tempo strettamente necessario...   … le ginocchia devono formare
      una sorta di perno fisso, lasciando la massima mobilità alle gambe che
      devono cadere naturalmente senza stringere costantemente i fianchi del lallo.


      Fillis

      Insomma: il cavaliere avrà un assetto perfetto, se starà in sella
      come se fosse seduto su una sedia.

      Assetto della Scuola di Versailles(Inizi dell'ottocento).
      .
      Ma torniamo al visconte d'Abzac e al suo modo di stare in sella nella tradizione di Versailles che prevedeva di spingere le natiche sotto di sè... sentiamo cosa scrive L'Hotte nei suoi souvenirs:
      ....un vecchio maestro di equitazione di quella scuola – del quale ho dimenticato il nome – a questo proposito manifestava un comportamento curioso.
      D’Aure mi disse che, quando si sedeva su una poltrona, lo faceva prendendo  posizione come se dovesse inforcare un cavallo, cacciando - prima di tutto - le natiche sotto di sé.
      Questo tipo d’assetto, caratteristico anche di d’Aure, provocava una leggera curvatura (convessità) delle reni, posizione contraria a quella antica che prevedeva l'inarcamento (concavità) della schiena.

      Oliveira:
      Le gambe devono essere piazzate in una maniera che oggi, purtroppo,
      non si insegna più. Infatti, le ginocchia devono essere incollati alla sella.
      Questo permette di affinare l'azione delle gambe e assicura una
      corretta posizione del dorso.
      Per il Maestro il tocco delle gambe è di una importanza pari a quello delle mani.

      D’Orgeix:

      ... naturalmente, questa pressione va fatta alla cinghia per una regola
      ancestrale e fondamentale della grande equitazione francese,
      ma a condizione che il cavaliere segua in sella i principi di quello
      che era chiamato il “bell’assetto alla francese”.
      Cioè, seduti  in maniera naturale, mai sugli ischi, e con le gambe che,
      dal ginocchio in giù, cadono verticalmente davanti il cavaliere.
      In questa maniera, quest’ultimo è nella pienezza dell’uso delle gambe
      e ha la possibilità di modulare la loro azione come se fossero delle mani.
      Oggi, all’inizio del XXI secolo, in un’opera che dovrebbe trattare
      del lavoro del cavallo, siamo costretti a ritornare sulla posizione del
      cavaliere e l’utilizzo degli aiuti, perché la deriva è giunta ad un
      punto tale che che non riusciamo più neanche a capirci. 

        Saint-Fort Paillard:… bisogna sedersi sulla parte grassa delle chiappe ed evitare di sedersi sugli ischi. Perché la posizione seduta sugli ischi mette sulla stessa verticale l'osso sacro, il bacino e le vertebre lombari, dunque, su una linea perpendicolare al dorso del cavallo, pertanto, in questa posizione, il cavaliere subisce integralmente i movimenti sussultori dell'andatura del cavallo, invece, se mette  le natiche sotto, la leggera curva risultante, già per sua natura, è predisposta ad ammortizzare passivamente i movimenti che subisce ed è pronta a rispondere attivamente all'azione della cintura del cavaliere. Inoltre, questa posizione, fa si che le gambe - rilassate - vadano a cadere naturalmente vicino al sottopancia. 

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        Il motto che il visconte d'Abzac diceva ai suoi allievi durante le lezioni era:
        •  seduti seduti.
        • Quello di d'Aure: avanti, avanti.
        • Quello di Rousselet: calma, calma... con calma - (aplomb, aplomb... de l'aplomb).
        • quello di Baucher: leggeri, leggeri.
        Parole che rispecchiavano la filosofia di quei maestri, oggi, ci si è uniformati e nei nostri maneggi risuona solo: gambe, gambe...
        Ma torniamo al visconte e al modo di stare in sella nella tradizione di Versailles che prevedeva di spingere le natiche sotto di sè... sentiamo cosa scrive L'Hotte nei suoi souvenirs:
        ....un vecchio maestro di equitazione di quella scuola – del quale ho dimenticato il nome – a questo proposito manifestava un comportamento curioso.
        D’Aure mi disse che, quando si sedeva su una poltrona, lo faceva prendendo  posizione come se dovesse inforcare un cavallo, cacciando - prima di tutto - le natiche sotto di sé.
        Questo tipo d’assetto, caratteristico anche di d’Aure, provocava una leggera curvatura (convessità) delle reni, posizione contraria a quella antica che prevedeva l'inarcamento (concavità) della schiena.
        La posizione delle gambe era - naturalmente - alla cinghia, ma quella di d'Aure differiva da quella del visconte d'Abzac che, come la maggior parte dei vecchi cavallerizzi , lasciava cadere le gambe con  un certo abbandono; D’Aure - invece - manteneva un maggior contatto col cavallo.
        Le sua gambe erano piazzate in modo da essere sempre pronte a mandare francamente il cavallo in avanti, se necessario, aiutandosi con  gli speroni .
        Il maestro diceva :  gli speroni devono avere tanto potere sul cavallo da farlo passare nel fuoco. 
        Nella tenuta delle redini mostrava un’abilità sorprendente:  una volta – durante una passeggiata – l’ho visto tenere nella mano sinistra:  le quattro redini, la frusta, la tabacchiera e il fazzoletto. E intanto conduceva il suo cavallo in perfetta scioltezza.
        Il suo modo di tenere e di usare le redini in maneggio era del tutto personale e non era stato appreso da nessuno dei suoi maestri.
        Il comandante Rousselet era un altro importante esponente della scuola di Versailles ma la straordinarietà di questo cavallerizzo merita un'attenzione particolare, farà "testo a parte".
        All'epoca degli Abzac - prima metà dell'ottocento - nelle scuderie reali si insegnava ancora l'eleganza dell'assetto ma era unita alla delicatezza dell'uso dei mezzi costrittivi e alla rinuncia di tutto ciò che era contrario al buon gusto in equitazione, che potremmo tradurre con parole moderne: etica equestre.
        Il principale appunto che possiamo fare a questa "scuola" è che non fu capace di formare cavalieri in grado di usare i lalli nel pieno delle loro possibilità di potenza e velocità.
        Il conte d'Aure - allievo dei fratelli Abzac a Versailles -  cercò di colmare queste lacune quando divenne Cavallerizzo Maggiore di quello che poi sarebbe diventato il Cadre Noir.
        Nel frattempo, la sella italiana (una specie di poltroncina) in auge nel 600 venne sostituita da quella inglese (che tutti conosciamo) nella seconda metà dell'ottocento proprio in funzione dell'assetto che era passato da così:                                                            a così.





        Dunque, secondo me, l'evoluzione dell'assetto "classico" è avvenuta per soddisfare queste esigenze:
        • padroneggiare il lallo con mezzi più delicati
        • assumere una posizione più naturale che si può mantenere a lungo senza fatica
        • aver la possibilità di governare il cavallo anche a tutta velocità.
        Ora è tempo di analizzare i pregi e i difetti o meglio i vantaggi e gli svantaggi di quest'assetto, cosa che - però - vedremo a parte...









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