LE OPERE DI "CAVALLARERIA".
Sopra vedete il generale L'Hotte, che non abbisogna di ulteriori presentazioni, con affianco uno sconosciuto "cavallaro" della prima metà del secolo scorso.
Probabilmente è un contadino, un pastore, un commerciante di animali... chissà. Di certo era un benestante, dato che, a quel tempo, solo i nobili, i benestanti e i militari avevano cavalli, mentre i muli e gli asini erano i mezzi di trasporto del "popolo" dell'italietta ancora agricola. Dovete notare che l'assetto e la tenuta di redini del grande cavallerizzo e dell'ignoto cavaliere sono simili... sono uguali, perché? Allora, proviamo a vedere l'equitazione, di ieri e di oggi, con gli occhi di un vecchio cavallaro.



mercoledì 24 febbraio 2021

ASSETTO "UFFICIALE".

 


Qualche tempo fa, conobbi una ragazzina che faceva i "pony games", un pò più grande del mio nipotino, avrà avuto 10 anni, apparecchietto per i denti, magrissima, filiforme, tutta braccia e gambe, era la migliore!
Montava con le gambe protese in avanti, tanto che le punte dei suoi piedi superavano le spalle dei poni, le chiesi: Gloria, chi ti ha insegnato a montare in questa maniera? Nessuno... fu la sua sorridente risposta.
Poi, l'istruttore che faceva i "games" andò via e venne una "gambegambe" tradizionale che si impegnò a correggere l'assetto della ragazzina: un disastro!
Questo mi ha fatto pensare a come si insegna l'assetto in occidente.
Ho trovato un prezioso studio sull'argomento di De Sevy, al quale potete accedere seguendo il linco che vi ho offerto.
Ovviamente è uno studio datato e superato, ma è un'ottima base di partenza che cercherò di ampliare e approfondire con filmati e foto a nostra disposizione nel ueb.


Cerchiamo di fare chiarezza.
E' ovvio che ogni assetto è adatto ad una determinata equitazione così come le selle sono costruite in funzione dell'attività da svolgere, però, ci sono dei principi - dovrebbero essere universali - che vanno oltre le specificità  e che potrebbero esser presi e adattati alla bisogna del cavaliere della domenica, del top rider di s.o. e del fine cavallerizzo accademico.
Precisazione: la mia attenzione è rivolta in particolare dove c'è la
grande confusion: l'assetto della parte inferiore del cavaliere cioè la tenuta e gli aiuti di gambe.
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Quello che vedete sopra è un bozzetto scultoreo che rappresenta, stilizzato, il "becco d'aquila": forma della testa desiderabilissima ai tempi della nascita dell'alta scuola equestre.
Come vedete, il profilo - anche se simile - si differenzia decisamente da quello montonino e pare che fosse una caratteristica dei leggendari cavalli napolitani che - a dispetto del nome - erano allevati dalla Sicilia al basso Lazio, con particolare densità di collocazione in Puglia e Campania.
Ho scelto questo emblema per sottolineare l'italianità/la napoletanità/la meridionalità  dell'alta scuola equestre, dunque, del primo approccio razionale e scientifico all'addestramento del cavallo.
Per tutta l'antichità l'alta scuola era sconosciuta, nondimeno esistevano  gli spettacoli equestri basati sopratutto sulle acrobazie a cavallo e ammaestramenti ottenuti a suon di frustate o di artifici da circo, 

Si dice che dei cavallerizzi, provenienti da Bisanzio, fossero approdati a Napoli a portare la "alta scuola", io penso che è assai probabile che fossero degli acrobati e che presentassero egli ammaestramenti come quelli appena descritti, questo non esclude che si esibissero in similpiaffer, in  impennate, in scalciate o cose del genere.

Fatta questa premessa, la "scuola napoletana" non era per tutti i lalli, solo cavalli particolarmente solidi di testa e con un fisico di ferro erano in grado di sopportare le terribili pretese dell'alta scuola. 
Pertanto si usavano cavalli interi con le dette caratteristiche, le femmine e i castroni erano quasi sempre esclusi: troppo sensibili, troppo delicati, andavano facilmente fuori di testa sotto l'azione del capezzone e la costrizione dei pilieri e le bacchettate che non erano affatto risparmiate.




E' evidente che non è successo che, un bel giorno, il Grisone si sveglia e dice: "toh, oggi non ho una minchia da fare: invento l'arte equestre", sappiamo che il Grisone fu allievo di Cola Pagano, il quale - evidentemente - fu allievo di altri cavallerizzi... Cola Pagano, ma chi mai era costui?

Ce ne informa Ferraro Pirro, gentilhuomo napoletano, già cavallerizzo maggiore di Filippo II re di Spagna:
Il signor Cola pagano, figlio del signor Monte Pagano, cavallerizzo maggiore del serenissimo Don Ferrante d'Aragone Re nostro antipassato, seguì le orme del padre nel cavalcare, il quale visse molto spatio di tempo col sig. Fabritio Colonna.... ... e ritornato dalla servitù del re d'Inghilterra, servì per maggior Cavallerizzo tutto il tempo che visse, all'eccellentissimo d'Orange, vicere del regno e in Italia Generale di Cesare; costui fu il primo inventore dei torni, che hoggi si fanno e ritrovò il raddoppiare che hora si costuma... ....sotto la sua disciplina si creò il sig, Marc'Antonio Pagano e il sig, Federico Grisone... 

A Napoli, nacquero le prime "accademie" - erano scuole esclusive e costosissime - dove, da tutt'Europa, accorsero i rampolli di nobili famiglie per formarsi alla corte di grandi cavallerizzi, uno per tutti il Pignatelli.

I principi rinascimentali dell'arte si rifacevano a modelli classici (greci e romani) che erano considerati ideali di perfezione, appunto.
Con il cavallo accadde la stessa cosa, attraverso l'equitazione superiore/l'alta scuola, si riproducevano - stilizzate e codificate e enfatizzate - le perfezioni delle  andature naturali di esibizione o terrifiche degli stalloni e dei puledri in libertà.
Come che sia, l'arte equestre nacque per esigenze di pompa, di sfarzo, di esibizionismo della nobiltà partenopea... al proposito beccatevi questo link:
Parate, corte, caroselli, esibizioni...
Come già dissi, l'equitazione di alta scuola detta anche equitazione accademica, ai tempi, era chiamata "equitazione di corte" sollazzo di esclusivo appannaggio per principi e regnanti, appunto.




Constato, invece, che passa un'idea - del tutto bislacca - che l'A.S. deriva dalla stilizzazione dei movimenti di attacco e difesa insegnati al destriero da combattimento nel medioevo, o addirittura - come dice il Nostro quà sotto - erano l'addestramento del cavallo da guerra fino all'introduzione massiva delle armi da fuoco.
Infatti leggo:
Così  (con l'arrivo della polvere da sparo)
la  levata, la  corvetta,  la  sgroppata,
la  capriola, movimenti che  i cavalli,
appositamente addestrati,  compiono
 per attaccare il nemico  e  per  difendersi
nei  combattimenti corpo a corpo, sono dimenticate
e non vengono più insegnate, semplice-
mente perché rallentano la mobilità e la
velocità del cavallo. Colgo l’occasione
per annotare che questi movimenti, cor-
vetta,  dal  salto  del  corvo,  sgroppata,
capriola,  dal  salto  del  capriolo  o  del
capro  o  del  caprone,  chiamati  oggi
“salti di scuola”, sono stati descritti e così
si  trovano  nominati  per  la  prima  volta
nella storia dell’equitazione nei libri dei
maestri  italiani  del  Rinascimento  (circa
1450  fno  alla  fne  del Cinquecento.

Allora, se è vero che queste arie - perché riunite -  rallentano la velocità e la mobilità del cavallo, è altrettanto vero che, se pur non esistevano falconetti, spingarde, archibugi e sputafuoco, prima dell'invenzione della polvere da sparo, imperversavano gli archi (micidiale il long bow), i giavellotti, le frecce, le balestre, le catapulte e i trabucchi che erano  altrettanto letali, per non parlare di picche, lance e alabarde strumenti micidiali in mano ai fanti contro cavalli non protetti, infatti, dagli assiri in poi si coprivano i cavalli con armature, gualdrappe, coperte e pettorali  l'ultima cosa da fare - in mezzo una pugna - era metterli a fare levade e corvette e pesade, cioè far scoprire il ventre all'animale... il fante, fa un passetto di lato e squarcia la panza del zompettante cavallino con l'alabarda o la picca.
Eppoi - fare queste esibizioni - contrasta con l'esperienza, con la logica di ogni uomo di cavalli, solo ad un mentecatto può venire in mente di mettersi a fare appoggiate, passage, piaffer, ballottade e croupade nel bel mezzo di uno scontro nel quale ci si gioca la vita!
Ma, ammettiamo pure che il lallo sia perfettamente addestrato all'alta squola, riuscirà a fare quelle arie con attorno decine/centinaia di scalmanati armati fino ai denti che - a piedi o a cavallo - con urla selvagge gli si buttano contro?
Ma - sopratutto - il cavaliere sarà in grado di dare quei comandi mentre è impegnato a sbudellare nemici e tenta - nello stesso tempo - di salvare la pelliccia?






Inoltre, il Nostro continua così:

i principi dell’equitazione praticata allora dai
maestri,  detta  equitazione  di  scuola,  il
cui principio fondamentale è la “riunione”
del cavallo, perché  soltanto un cavallo
riunito,  cioè,  per  spiegare  brevemente,
un  cavallo  che  si  è  sottomesso  con  la
parte anteriore del corpo, testa e collo,
alle redini e con la groppa alle gambe
del  cavaliere,  solo  un  cavallo  così  ri-
unito può essere veramente rispondente
nel  bel mezzo  della  battaglia

Quì, il Nostro prende una cantonata di spigolo, nessuno gli ha detto che la più grande potenza militare a cavallo è stata quella di Gengis Kahn?
Ecco cosa dice - a proposito delle arie d'alta scuola -  il Colonel De Saint-Andrè, già Capo Cavallerizzo del Cadre Noir ed eruditissimo uomo di lalli: ...tutte queste arie, non avevano altro scopo che dimostrare la perfetta maestria del cavaliere e l'obbedienza e l'eleganza armoniosa del cavallo, al contrario, la maneggevolezza nel combattimento, restò la preoccupazione dominante dei popoli orientali.
Infatti, i mongoli costituirono - in groppa ai loro cavallini - il più grande impero (terrestre) di tutti i tempi; quei cavalli, tutto erano tranne che riuniti ma erano velocissimi e manegevolissimi e coraggiosissimi - quello che ci voleva in battaglia - pertanto fecero un culo così alle cavallerie europee, a cominciare da quella teutonica e da quella russa che, di certo, mammole non erano.
Se proviamo a  entrare nella realtà di quelle genti, di quei predoni, di quei guerrieri, vediamo che il principio che adottavano era uguale a quello dell'alta scuola ma perseguito con altri metodi; il principio era semplice: l'obbedienza del cavallo doveva essere assoluta, pronta e incondizionata, il loro cavallo doveva passare tra le fiamme, andare giù per una scarpata, buttarsi in mezzo ad una selva di lance e baionette piuttosto che disubbidire al suo cavaliere. 

Questo fatto era di una certa validità dato che l'alternativa era la morte, inoltre era vietata qualsiasi iniziativa bellicosa da parte del quadrupede al quale era concesso di spingere col petto o con la spalla il nemico, un pò come fanno le polizie ippomontate moderne durante i tafferugli allo stadio, ma questo presupponeva che la truppa che si trovava di fronte fosse in rotta e disarmata. 
La doma/l'educazione era "etologica" cioè rispondente a quanto avviene in natura dunque, violenta... violentissima con buona pace di coloro che credono che etologica vuol dire dolce, non violenta. 
Di fatto si legava il puledro al solito palo e giù bastonate, catenate, urla, fuoco e fiamme poi a poco a poco lo si trattava con dolcezza ma ricordando - al primo cenno di ribellione - le passate brutture. 
Insomma, la povera bestia preferiva buttarsi giù da un dirupo, passare tra spade e lance, piuttosto che disubbidire al suo padrone; dovete convenire che quei tempi erano duri per il cavallo ma non lo era da meno, anzi, lo erano di più per quei cavalieri selvaggi. 
Una delle tattiche dei mongoli, contro fortificazioni, valli o trincee era quella di mandare avanti dei cavalli pesantemente bardati, montati da prigionieri spinti da mongoli stessi che, erano stati condannati a morte, a morire in quella "utile" maniera.
La loro organizzazione militare prevedeva quella pena per chi si fosse sottratto al combattimento, questa punizione - oltre che al fellone - era somministrata a tutto il plotone di sua appartenenza. 
Il fatto era accettato come del tutto naturale, dunque, questi condannati, spingevano i prigionieri di guerra vestiti alla mongola, ad attaccare per primi le fortificazioni e i fossati messi a difesa delle citta assediate, in realtà, lo scopo era di creare un ammasso di uomini e cavalli morti o moribondi che riempiva i fossati o - ammucchiato sotto le mura - facilitava la scalata dei successivi guerrieri... non è dato sapere se gli eventuali sopravvissuti mongoli -  alla disperata carica - venissero poi reintegrati o dovevano continuare l'opera di "spingitori" finché non venissero accoppati, ma torniamo a noi.




Anche gli occidentali, in battaglia, usavano il cavallo come mezzo d'urto, dunque,  la carica.
La cavalleria era dirompente contro fanterie improvvisate e raccogliticce, la tecnica ce la descrive - nel 1400 -  Dom Duarte: da fuori della mischia, mettere il cavallo un buon  galoppo e passare dritti fra i fanti, senza fermarsi, usando la velocità del cavallo per aumentare la forza dei colpi di spada a fendente o la forza di penetrazione dei colpi di lancia; non fermarsi, uscire dalla mischia al galoppo, girare il cavallo e ripetere. 
Viceversa, trovava pane duro contro fanterie organizzate che - serrando i ranghi - resistevano alle cariche, la falange macedone, il quadrato romano, i tercios spagnoli, i lanzitenecchi, gli alabardieri svizzeri hanno sempre dato filo da torcere alle migliori cavallerie d'Europa.

Comunque, qualsiasi cavaliere sano di mente, in battaglia, pretendeva dalla sua cavalcatura l'obbedienza cieca ed assoluta... vietata qualsiasi iniziativa bellicosa del quadrupede tantomeno lo si addestrava a farle, naturalmente, sotto l'azione di speroni troppo convincenti e di imboccature troppo ardenti, poteva capitare che i cavalli  - nella tenzone - si impennassero, scalciassero, saltassero ma erano azioni casuali, dei simulacri dell'alta scuola che - a volte - potevano danneggiare lo stesso cavaliere mandandolo simpaticamente per le terre.
Ecco da dove ho preso i corsivi riguardanti l'alta squola equestre:

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Nel 1903, per la prima volta, un manufatto umano  si è sollevato dal suolo ed è volato per alcune centinaia di metri. Nel 1969 - 66 anni dopo quel primo goffo volo - l'uomo è volato sulla luna... nel mezzo ci sono le imprese di Baracca, di Lindberg, dei B.59, il lugubre, tragico volo "Enola Gay" su Hiroshima e naturalmente i voli aerei che hanno collegato tutto il pianeta.
Dopo 5000 anni di equitazione non si riesce a condividere manco i principi basilari, da una parte ci sono regole militaresche, dall'altra, ogni nuovo guru più o meno "naturale" ha inventato la sua equitazione, detta le sue regole, ci illustra le sue "novità", ci impone il suo lessico frutto di fantasiose interpretazioni, cattive traduzioni e personalissime visioni, alla faccia della consolidata terminologia equestre italiana che - nel frattempo - è andata quasi perduta.
Ho deciso di fare una piccola ricerca per tentare di capire come sono nate le regole dell'equitazione riguardo l'assetto, cominciamo dall'assetto ufficiale.


Questo è l'assetto ufficiale adottato pressoché globalmente, comunque è quello prescritto dalla FISE.
Orecchio - spalla - anca - tallone sulla stessa linea verticale, gambe aderenti (fascianti) allo lallo.
Vediamo il suo tragitto sviluppatosi  nelle accademie e nelle scuole militari di cavalleria...

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J. Licart:
lI cavaliere può aderire perfettamente al cavallo solo agganciandosi con i polpacci
al corpo del cavallo al di sotto del cilindro formato dal corpo dell'animale.


Karl:
L’aderenza dei polpacci è in funzione del cavallo che montiamo, ad esempio,
cavalli irrequieti sono rassicurati da un contatto costante, avvolgente, mentre
cavalli flemmatici risulterebbero perdere sensibilità. (Tratto da Odin a Saumur, P.Karl).  

Danloux :
Ginocchio non fisso ma legato, polpacci che tengono e fanno "base di sostegno"
al gioco ammortizzante delle articolazioni (teoria della "Z") ecco le innovazioni
della "monta Danloux" al sistema di Caprilli.

De La Gueriniere:
... fa sedere il cavaliere sulle natiche invece che sull’inforcatura, ma annulla quasi completamente questo progresso, facendogli inarcare le reni per mettere la cintura il più avanti possibile, cosa che - evidentemente - rimette l’assetto
sull’inforcatura e sugli ischi.

Duca di Newcastle:
Il cavaliere deve sedere non sulle natiche, come molti credono che la natura
le abbia fatte per sedersi sopra.. non bisogna servirsene a cavallo.


Domenico Susanna:
L’assieme del cavaliere col cavallo si realizza con la completa aderenza del bacino
e delle gambe, che devono fasciare in un costante amplesso, talvolta anche energico,
tutto il costato del cavallo nella regione del sottopancia


Cesare Paderni:
… nel dare codesti aiuti, si terranno le ginocchia serrate, e le gambe fasciate
allo lallo per esser saldi in sella…  … per contrabbilanciare i moti della parte superiore,
è necessario che la inferiore, dal ginocchio in sotto si tenga serrata contro
il corpo del cavallo; e in ogni circostanza, stia ferma in positura invariata la parte media,
la quale abbraccia e grava il dorso.

D'Auvergne:
... le cosce e le gambe devono fare un tutt'uno col corpo dell'animale.

Dupaty de Clam:
L'avvolgimento e l'ampiezza della superfice di contatto delle gambe sono
preferibili all'assetto.


Dalla "ecole de legerete" itagliana:
Per avere un’immagine chiara nella nostra mente, si avvolge il tronco come farebbe uno straccio bagnato, senza che la forza di gravità smetta la sua azione verso il basso. Perché la comunicazione migliora con il contatto delle gambe ? Aumenta il legame in termine fisico e l’aderenza permette l’istantanea percezione del comando da parte del cavallo, senza effetti sorpresa. 

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Fin dai tempi arcaici dei greci e dei romani, il lallo è stato - nel mondo occidentale - un simbolo di potere, di forza, di nobiltà, di sfarzo.
Nel medioevo, la figura del cavaliere entra nel mito, nascono delle regole cavalleresche, appunto e la figura dell'uomo a cavallo prende dei precisi connotati morali ed estetici.
Se volete rileggete il linco, ma quì trattiamo dell'assetto, dunque continuiamo nel tema.
L'assetto dell'equitazione di corte è figlio di quello medioevale: staffatura lunghissima, il cavaliere menava mazzate come se fosse in piedi... è evidente che la posizione era innaturale, poco sicura.
Pertanto, si creò un solido appoggio inchiavardando l'uomo in una sella assai contenitiva che ebbe varie modifiche ma che di fatto costringeva il cavaliere in una posizione innaturale come la sella pluvinel e la sella a piquer che vede nella sella portoghese - a noi contemporanea - il suo ultimo moderno prodotto.
Nel XVII secolo cominciò ad esser apprezzata la sella inglese, più pratica, leggera e sicura, che consentiva un assetto più sciolto e naturale.
Nello stesso periodo, come abbiamo visto, anche La Gueriniere tenta di modificare l'assetto di corte, capisce dove sono i problemi ma - condizionato dalle esigenze estetiche - non osa molto.
E' quello che invece faranno, circa un secolo dopo, Drummont de Melfort e de Guibert.

Nel 1776, Drummont de Melfort pubblica un trattato riguardo l'istruzione e l'organizzazione tattica della cavalleria nel quale sfancula i 6 mesi di istruzione alla longia senza staffe con i quali si cominciava a metter a cavallo le reclute.
Raccorcia le staffe e sposta la seduta verso la paletta capovolgendo  le regole e l'assetto allora vigenti.
Nel 1772, quattro anni prima della pubblicazione di Melfort, il generale de Guibert in un suo saggio pubblicato a Liegi, così ragionava: nell'antichità gli sciti, i numidi montavano in maniera differente dalla nostra, così come fanno attualmente i berberi e i turchi e tutti quei popoli che "nascono" a cavallo... ...questa gente non ha lo stesso assetto né segue gli stessi principi così come le cavallerie del Marocco, dell'Algeria, degli inglesi, degli spagnoli e dei prussiani ma sono d'accordo su un punto fondamentale in pieno contrasto con la nostra scuola: sono staffati corti.
Ma la staffatura corta non si adatta alla bella postura ideale fatta di armonia e grazia della equitazione di corte, pertanto, il trattato di Drummont de Melfort e i ragionamenti di Guibert non furono presi in considerazione dalle accademie, dove si restò attaccati agli ideali estetici piuttosto che cercare dei metodi razionali e veloci per insegnare l'equitazione.


Ecco, abbiamo trovato la madre dell'assetto ufficiale: la grazia, l'eleganza.
Ma qual'è il padre?
Il centro di gravità... il metodo scientifico, inaugurato da Dupaty de Clam su queste basi:

  • per prima cosa detta che i centri di equilibrio cavallo-cavaliere debbano coincidere.
  • più punti di appoggio ha una massa, più questa è solida e stabile.
  • bisogna poggiare sulla sella, oltre che gli ischi anche il coccige. (cosa anatomicamente impossibile). Per farlo, bisogna che il cavaliere faccia scivolare le natiche sotto le reni, mettere le spalle all’indietro.
  • spingere la cintura in avanti, tenere le reni dritte e non inarcare la schiena (?).
  • l'uomo, guidato dalle leggi meccaniche adattate all’equitazione, avrà, con poca forza, un assetto più fermo e comodo rispetto ad un altro che, per mantenersi, impiegherà tutta la forza delle sue cosce... peccato che 5 pagine più avanti affermi l’esatto contrario: « l'enveloppe et l'étendue sont préférables à l'assiette »: l'avvolgimento (delle gambe) e la ampiezza (della superficie di contatto) sono preferibili all'assetto... è nata la teoria della gamba fasciante che sarà messa in pratica dal D'Auvergne & C.  nell'ambito dell'equitazione militare.

Dunque, secondo me, l'assetto "ufficiale" nasce da due esigenze: conformarsi all'ideale di grazia e bellezza a cavallo e seguire le leggi scientifiche dell'equilibrio e della dinamica.
Ammesso che ci si sia riusciti, cosa di cui fortemente dubito, analizziamo i pregi e i difetti o meglio i vantaggi e gli svantaggi di quest'assetto, cosa che - però - vedremo a parte.



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